When the rising sun, Sardinia,

warms your granite

You must give birth to new sons. 2017

 

(Versione Italiana in basso della pagina.)

 

In 1998, John Berger (1) wrote a wonderful letter to Subcommander Marcos ("How To Live With Stones") in which he describes Sardinia as home to a peculiar relationship between man and stone. Berger uses this theme to introduce Marcos to a Gramscian approach to patience, understood as a way of relating to historical time contrasting with the failure of violent revolutions. In Berger's words, Gramsci's patience “has absolutely nothing to do with indolence or complacency”.

Berger's letter has enjoyed considerable attention in Anglo-Saxon societies: first published in the Los Angeles Times in 1998, it also appeared in his book “The Shape of a Pocket“(2) and more recently in the 2013 collection "Gramsci: Space, Nature, Politics" by Michael Ekers, Gillian Hart, Stefan Kipfer, and Alex Loftus. According to Berger's poetical hypothesis, Gramsci's attitude during his imprisonment and his notion of social progress are rooted in the way Sardinians relate to stones, a companionship which has developed throughout the centuries due to the abundance of nuraghes, domus de Janas and dry-stone walls on the island. Berger also hints at a more personal connection that Gramsci had, as a boy, to two stones he used for daily physical exercise for his back. In his attempt to persuade Marcos of the virtue of Gramscian patience, Berger loosely translates a verse by Sebastiano Satta (3):

 

When the rising sun, Sardinia, warms your granite

You have to give birth to new sons. (3)

 

Berger reinvents this verse, creating a new poem full of energy and hope. He repeats it twice in order to prompt Marcos to take his advice. American philosopher Andrew Cole references Berger's letter in his 2013 essay "The Call of Things: A Critique of Object-Oriented Ontologies" (4). Cole quotes a passage from Berger's text as a particular counterexample to the way objects are treated in certain strands of contemporary philosophy (the Speculative Turn and OOO). In Berger's letter, stones are described as possessing a kind of energy which makes it possible for people to relate to them in a very unique way, and this relationship is presented as proper to Sardinian culture.

The notion of a Gramscian relationship with stones thus runs through completely different texts and contexts, serving different approaches and purposes.

The specific approach to matter and stones described by Berger and discussed by Cole is analogous to a practice typical for visitors of churches, museums, cemeteries, religious or secular monuments: sometimes they feel compelled to touch certain sculptures, to rub or feel them as if to attract good fortune, receive their positive energy or the blessing of a saint or god. Sometimes this impulse becomes a habit, a ritual, a tradition. Among the innumerable instances of such a custom are the well-known cases of the foot of St. Peter in St. Peter's Basilica in the Vatican, a statue attributed to Arnolfo di Cambio, or the crotch of funeral statue of French writer Victor Noir in the Père-Lachaise cemetery in Paris (5).

This relationship to sculptures (or a part of them) developing over time, as visitors pass by, modifies the nature of the work of art: from an object of contemplation, it enters a physical and ritualistic relationship, partially recovering the aura or mana that used to be attributed to works of art in the past. The habit of touching statues wears, damages and transforms them. The public carries on this tradition, insensitive to its destructive consequences.

The work “When the rising sun (...) “ is always in a state of becoming, as it develops over time and in interaction with the viewer. The physical relationship that viewers are invited to establish with the sculpture by touching it is creative and destructive at once. The Sardinian granite was donated by the Sciola Foundation. Unfortunately, Pinuccio Sciola did not live to start his sculpture. The stone was primed with gesso following the technique used to prepare canvases for painting. The surface was then polished with sandpaper. By touching the stone viewers discovers its irregularities, continue to smoothen its surface and ultimately modify its structure, shape, and history. The creative process is thus extended to the existence of the sculpture itself.

 

Note:

(1) How To Live With Stones. An Open Letter to Subcommandante Marcos in the Mountains of Southeast Mexico. http://articles.latimes.com/1998/jan/04/books/ bk-4703.

(2) “Pockets of resistance”. John Berger by Andy Merrifield. Reaktion Book, 2012.

(3) Original Satta poem: “«Se l’aurora arderà su’ tuoi graniti Tu lo dovrai, Sardegna, ai nuovi figli. A questo: a quanti cuori Vegliano nella tua ombra, aspettando! O fratello, e tu primo alla vittoria, Da’ il grido dai vermigli Pianori: Agita il palio… O rosso cavallo, O cavallo di gloria, hutalabì!».” (CANTI. Sebastiano Satta. Ilisso, 2003.)

(4) Andrew Cole. The calls of things: A critique on Object-oriented Ontologies. 2013

(5) La tombe de Victor Noir au cimetière du Père-Lachaise. Marina Emelyanova-Griva.

(6) Henri Bergson . Matière et mémoire. Essai sur la relation du corps à l'esprit. 1896.

 

 

 

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Nel 1998 John Berger(1) scrive una splendida lettera al Subcommandante Marcos, (“How To Live With Stones. An Open Letter to Subcommandante Marcos in the Mountains of Southeast Mexico”. ) in cui descrive la Sardegna di Gramsci come patria di un rapporto singolare tra uomo e pietra.

 

Questo accostamento serve a Berger per introdurre a Marcos il particolare approccio Gramsciano alla pazienza, intesa come relazione al tempo in contrasto con l´impeto fallimentare delle rivoluzioni violente.

La pazienza nelle parole di Berger é una virtú gramsciana e non ha quindi nulla a che fare con l ´indolenza o la compiacenza. Il testo di Berger su Gramsci ha attraversato una fortuna tutta particolare nelle societá anglossassoni: dopo la pubblicazione nel Los Angeles Times é stato molto letto anche grazie al libro “The Shape of a Pocket “(2) di Berger e piú recentemente, nel 2013, alla raccolta di testi “Gramsci: Space, Nature, Politics.” di Michael Ekers, Gillian Hart, Stefan Kipfer e Alex Loftus.

La particolaritá del testo di Berger sta nell´ipotesi poetica che l´attitudine di Gramsci in carcere e il suo senso del progresso provengano anche dal rapporto che i sardi hanno nei secoli sviluppato con le pietre (attraverso i nuraghi, le domus de Janas, i muretti a secco,...ma anche dalla relazione che il giovane Gramsci aveva intrattenuto con due pietre utilizzate per gli esercizi fisici quotidiani per la schiena). Berger, nel suo tentativo di persuadere Marcos delle virtú della pazienza gramsciana, traduce molto liberamente un verso di Sebastiano Satta(3):

 

“ When the rising sun, Sardinia, warms your granite

You must give birth to new sons”. (3)

 

Berger produce una poesia nuova, piena di energia e speranza. Berger la ripete due volte nel testo come a convincere Marcos della potenza del suo suggerimento. Il testo di Berger é ripreso dal filosofo Statunitense Andrew Cole in “The calls of things: A critique on Object-oriented Ontologies” (4).

Il passaggio di Berger su Gramsci é citato da Cole per indicare un particolare esempio di relazione con gli oggetti nel contesto degli sviluppi della filosofia contemporanea (Speculative Turn) e dell´arte contemporanea; nel testo di Berger le pietre posseggono un energia propria con cui si puo instaurare una relazione del tutto particolare propria della sarditá di Gramsci. Il rapporto Gramsciano alle pietre attraversa dunque testi e contesti completamente diversi servendo nuovi approcci e intenzioni.

La relazione specifica alla materia e alle pietre decritta da Berger e indicata da Cole é affine ad il rapporto che si é creato negli anni tra i visitatori di chiese, musei, cimiteri, luoghi sacri o pubblici e alcune sculture. In alcuni casi il pubblico sente il bisogno di toccare le sculture, di sfregarle o accarezzarle come a riceverne le energie nell´intento di attirarsi la buona sorte, le energie positive o la benedizione di una statua o di una divinitá.

In alcuni casi questa necessitá diventa un abitudine del visitatore, un rito, una tradizione; tra i tanti esempi si possono citare i casi giá molto conosciuti del piede della statua di San Pietro di Arnolfo di Cambio in Vaticano o la statua funeraria dello scrittore Noir al cimitero di Père-Lachaise a Parigi(5).

Questa relazione alla scultura (o solo con una parte di essa) che si crea con il tempo e con il passaggio dei visitatori opera una modifica nella relazione con l´opera d´arte.

Da oggetto di contemplazione si trasforma ad oggetto di relazione fisica e rituale recuperando in parte l´aura o il Mana che gli si attribuiva in passato. La necessitá di toccare le statue consuma, deteriora e trasforma la materia. Il pubblico incurante degli aspetti distruttivi continua questo rito negli anni.

L´opera "When the rising sun(...) " é nata da queste analogie, coincidenze e considerazioni che si pongono, o meglio si sono poste, in una zona nodale della mia ricerca. La pietra di granito sardo é stata donata dalla Fondazione Sciola. Pinuccio Sciola non ha avuto purtroppo il tempo di cominciare la sua scultura. La pietra é stata dunque preparata con il gesso cosi come si preparano le tele prima di essere dipinte. La superfice é stata lavorata con la carta vetrata nel tentativo di avvicinarsi ad una bidimensionalitá ideale. Il pubblico accarezzando la pietra ne rivela le irregolaritá, continua l´opera di appiattimento della superfice che ho iniziato e allo stesso tempo modifica la struttura, la storia e la forma della pietra. Il processo creativo viene esteso cosi al tempo stesso dell´ esistenza della scultura.

 

L´opera é in divenire perché si crea progressivamente nel tempo in relazione con lo spettatore. Il rapporto fisico che l ´osservatore puó avere con la scultura toccandola é creativo e distruttivo allo stesso tempo. La materia é intesa qui in senso Bergsoniano(6): la relazione che si instaura con la pietra é appunto un incontro puntuale tra materia e memoria. Indico la natura della materia della scultura come un´ entitá tra la concezione materialista e quella idealista cosí come la indica Bergson.

 

 

Note:

(1) How To Live With Stones. An Open Letter to Subcommandante Marcos in the Mountains of Southeast Mexico. http://articles.latimes.com/1998/jan/04/books/ bk-4703.

(2) “Pockets of resistance” é un concetto che ricorre spesso negli scritti di Marcos ad indicare le sacche di resistenza a quella che definisce la Quarta guerra Mondiale ( la Terza é relativa alla Guerra Fredda). Approfondisci con John Berger. Di Andy Merrifield. Reaktion Book, 2012.

(3) Traduzione dal verso tradotto di Berger: “Quando il sole sta sorgendo, Sardegna, riscalda il tuo granito, tu devi partorire nuovi figli.”. La poesia di Sebastiano Satta a cui si riferisce Berger recita invece: “«Se l’aurora arderà su’ tuoi graniti Tu lo dovrai, Sardegna, ai nuovi figli. A questo: a quanti cuori Vegliano nella tua ombra, aspettando! O fratello, e tu primo alla vittoria, Da’ il grido dai vermigli Pianori: Agita il palio… O rosso cavallo, O cavallo di gloria, hutalabì!».” (CANTI. Sebastiano Satta. Ilisso, 2003.) John Berger traduce a suo modo la poesia di Satta dall´ italiano e inventa una nuova poesia, cosi come ri-inventa in questo testo la Sardegna e il concetto gramsciano di pazienza per Marcos. Possiamo solo ipotizzare che lo faccia per dare piú forza alla sua lettera, che ha come scopo amicale di persuadere Marcos ad avere un attitudine rivoluzionaria paziente. Gramsciana appunto.

(4) Andrew Cole. The calls of things: A critique on Object-oriented Ontologies. 2013. Il passaggio che riguarda il testo di Berger é”(...)what John Berger reports of his tour in the hills of Sardinia, marveling at the “stones of silence” that are the nuraghi and enjoying their “companionship”...“The stone becomes a presence, a dialogue begins” .

(5) La tombe de Victor Noir au cimetière du Père-Lachaise. Marina Emelyanova-Griva.

(6) Henri Bergson . Matière et mémoire. Essai sur la relation du corps à l'esprit. 1896.

 

 

 

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JOHN BERGER.

 

Come vivere con le pietre. Una lettera aperta al Subcomandante Marcos nelle montagne del Messico sudorientale.

4 Gennaio 1998.(1)

 

(...)Marcos voglio raccontarti qualcosa di una sacca di resistenza in particolare. Le mie osservazioni potrebbero sembrare vaghe, ma come dici tu: “Un mondo può contenere molti mondi e può contenere tutti i mondi”. Il meno dogmatico dei pensatori sulla rivoluzione del nostro secolo era Antonio Gramsci, no? La sua mancanza di dogmatismo proveniva da una specie di pazienza. Questa pazienza non aveva assolutamente niente a che fare con l’indolenza o la compiacenza (il fatto che la sua opera principale sia stata scritta durante otto anni nelle prigioni fasciste italiane, fino alla morte survenuta all’età di 46 anni, ne testimonia l´urgenza). La sua pazienza speciale proveniva dal senso di una pratica che non finirá mai. Ha vissuto e visto i fatti e gli accadimenti da vicino e talvolta ha diretto le lotte politiche del suo tempo, ma non ha mai dimenticato lo sfondo e la trama di un dramma che si sviluppa e la cui durata copre epoche incalcolabili. Forse ciò ha impedito a Gramsci di diventare, come molti altri rivoluzionari, un millenarista. Credeva nella speranza piuttosto che nelle promesse e la speranza è una questione di durata. Lo possiamo sentire nelle sue parole: “Se ci pensiamo, nel porre la domanda, che cosa è l’uomo ? vogliamo in realtá domandare: cosa può diventare l´uomo? Che significa: può dominare il proprio destino, puó realizzarsi, può dare forma alla propria esistenza? Diciamo allora che quell´uomo è un processo e precisamente il processo dei suoi propri atti “. Gramsci è andato a scuola, dai 6 ai 12 anni, nella piccola città di Ghilarza, nella Sardegna centrale. È nato ad Ales, un villaggio nelle vicinanze. Quando aveva 4 anni è caduto a terra e questo incidente ha causato una malformazione spinale che ne compromise definitivamente la salute. Non ha lasciato la Sardegna prima dei 20 anni. Credo che l’isola gli abbia dato o ha ispirato in lui il suo particolare senso del tempo. Nell’ entroterra intorno a Ghilarza, come in molte parti dell’isola, la cosa che senti in maniera più forte è la presenza delle pietre. Innanzitutto, è un luogo di pietre e - lassú nel cielo- di corvi con la testa grigia. Ogni pascolo e ogni piantagione di quercia é delimitata da una o piú pile di pietre, ogni pila ha le dimensioni di un grande camion di merci. Queste pietre sono state raccolte e accatastate in modo che il terreno, asciutto e povero possa comunque essere lavorato. Le pietre sono enormi, la piú piccola peserà mezza tonnellata. Ci sono graniti (rossi e neri), scisti, calcari, arenarie e diverse rocce vulcaniche scure come il basalto. In alcuni tancas, i massi raccolti sono lunghi piuttosto che rotondi e sono stati accatastati in mucchi di forma triangolare, cosí da creare un´ immensa capanna di pietra. I muretti a secco, senza fine e senza età, separano i tancas, confinano con le strade di ghiaia, racchiudono le pecore e dopo secoli di utilizzo, suggeriscono labirinti rovinati. Ci sono anche piccole pile di pietre disposte a piramide composte da piccole sassi non più grandi di un pugno. Verso ovest sorgono antiche montagne calcaree. Ovunque una pietra tocca un´altra pietra. E qui, su questo terreno spietato, si incontra a volte un gesto delicato: un modo singolare di mettere una pietra su un altra, che irrimediabilmente annuncia un atto umano distinto dal caso naturale. E questo può far ricordare che contrassegnare un posto con una pietra costituiva una specie di denominazione ed é stato probabilmente uno dei primi segni usati dall’uomo. “La conoscenza è potere”, ha scritto Gramsci, “ma la questione è resa complessa da qualcos’altro: cioè non basta conoscere una serie di relazioni esistenti in un determinato momento come se fossero un dato sistema, bisogna anche conoscerle geneticamente - cioè conoscere la storia della loro formazione, perché ogni individuo non è solo una sintesi delle relazioni esistenti, ma anche la storia di quelle relazioni, cioé il riassunto di tutto il passato“. (Q10, §54; SPN 353). A causa della sua posizione strategica nel Mediterraneo occidentale e per i suoi depositi minerali (piombo, zinco, stagno, argento) la Sardegna è stata invasa e la sua linea costiera occupata durante quattro millenni. I primi invasori furono i Fenici, seguiti dai Cartaginesi, dai Greci, dai Romani, dagli Arabi, dai Pisani, dagli Spagnoli, dalla Casa di Savoia e, infine, dall’Italia continentale moderna. Di conseguenza i Sardi ignorano e non amano il mare. “Chiunque attraversa il mare”, dicono, “è un ladro”. Non sono una nazione di marinai o di pescatori, ma di pastori. Hanno sempre cercato riparo nell´ inaccessibile interno roccioso della loro terra per diventare quello che gli invasori chiamavano (e chiamano) “banditi”. L’isola non è grande (circa 150 miglia di lunghezza e 60 di larghezza), ma le montagne iridescenti, la luce meridionale, la lucertolosa-secchezza, i

burroni, il terreno sassolato e ondulato, si prestano ad attribuirle l’aspetto di un continente. Oggi, in questo continente vivono 35.000 pastori ( 100.000 se uno include le famiglie che lavorano con loro) che possiedono 3,5 milioni di pecore e capre. È un paese megalitico, ma non nel senso di una natura preistorica, ma nel senso che la sua anima è roccia e la sua madre pietra. Come ogni povera terra del mondo ha la propria storia ignorata o definita come “selvaggia” dalle metropoli. Sebastiano Satta (1867-1914), il poeta nazionale (non ancora tradotto in inglese), ha scritto:

“Quando il sole sorge, Sardegna, riscalda il tuo granito Tu devi partorire nuovi figli.” (When the rising sun, Sardinia, warms your granite You must give birth to new sons.”)(3) Questa maniera di vivere è andata avanti, con molti cambiamenti ma una certa continuità, per sei millenni. (...) Sparsi per l’isola, rimangono 7.000 nuraghi (torri a secco), risalenti al periodo tardo-neolitico, prima dell’invasione fenicia. Molti sono in rovina, altri sono intatti e possono essere alti 36 piedi, larghi 24 piedi e con pareti spesse 9 piedi. (...) I nuraghi sono invariatamente collocati in un punto nodale nel paesaggio roccioso, in un punto in cui la terra stessa potrebbe avere un occhio: un punto da cui tutto può essere osservato silenziosamente in ogni direzione. La sorveglianza viene consegnata al nuraghe successivo. Ciò suggerisce che avevano, tra l’altro, una funzione militare e difensiva. Sono stati chiamati anche “templi del sole”, “torri di silenzio” e, dai greci daidaleia da Daedelus, costruttore del labirinto. All’interno, si diventa lentamente consapevoli del silenzio. Al di fuori, ci sono le more, molto piccole e dolci, i cactus (i pastori tolgono le spine ai loro frutti e li mangiano), barriere di cespugli arrotolati, asfodeli le cui zampe sono state piantate nel terreno sottile come spade... forse un gruppetto di piccoli uccelli cinguettanti. All’interno dell´alveare delle pietre (costruito prima delle guerre di Troia): il silenzio. Un silenzio concentrato, come un puré di pomodoro concentrato in un catino. Per contrasto, tutto il silenzio deve essere monitorato continuamente nel caso in cui vi sia un suono che segnali un pericolo. In questo silenzio concentrato i sensi hanno l’impressione che il silenzio sia una protezione. È in questo modo che tu diventi li dentro consapevole della compagnia della pietra. Gli epiteti “inorganica”, “inerte”, “senza vita”, “cieca” - applicati alla pietra - possono avere qui vita breve. (...) Forse la natura proverbiale della pietra è cambiata quando la preistoria è diventata storia. Gli edifici divennero rettangolari. Il mortaio ha permesso la costruzione di archi puri. Un ordine apparentemente solido è stato costituito e con questo ordine si é cominciato a parlare di felicità. L’arte dell’architettura cita questo discorso in molti modi diversi, ma per la maggior parte delle persone, la felicità promessa non è mai arrivata e per questo cominciarono i proverbiali rimproveri: la pietra era opposta al pane perché non era commestibile, la pietra fu chiamata senza cuore perché era sorda. In principio invece, quando ogni ordine era fragile e in movimento, l’unica promessa era quella di un luogo di riparo, nel tempo dei nuraghi, le pietre erano considerate compagni. Le pietre propongono un altro senso del tempo, in cui il passato, il passato profondo del pianeta, offre un sostegno ancora massiccio e solido agli atti umani di resistenza, come se le vene di metallo nella roccia eccheggiassero con le nostre vene di sangue. Posizionare una pietra in verticale è un atto di riconoscimento simbolico: la pietra diventa una presenza, un dialogo inizia. Vicino alla città di Macomer, ci sono sei pietre sommariamente scolpite in forme ogivali; tre di loro, a livello delle spalle, hanno seni intagliati che sembrano fatti come i nidi di rondine. La scultura è minimale, non necessariamente per mancanza di mezzi ma forse attraverso una scelta precisa. Una pietra posta in verticale allora non rappresenta un compagno: ne é uno. Le sei betili sono di roccia porosa. Di conseguenza, anche sotto un forte sole, raggiungono la temperatura del calore corporeo, ma non di più. Quando il sole sorge, Sardegna, riscalda il tuo granito Tu devi partorire nuovi figli. When the rising sun, Sardinia, warms your granite You must give birth to new sons.

Piú antiche dei nuraghi ci sono le Domus de Janas, che sono stanze scavate nella roccia, e sono state realizzate, si dice, per ospitare i morti. Sono costruite nel granito. Devi infilarti dentro dove ci si puo sedere ma non si puo stare in piedi. La camera misura 9 metri per 6. Alla sua pietra sono ancorati due nidi di vespe desertiche. Il silenzio è meno concentrato che nei nuraghi e c’è più luce, perché si é piu vicini all´ esterno, la tasca è più vicina all’esterno del mantello. Qui l’era dei luoghi costruiti dall ´uomo è palpabile. Non per calcolo cronologico... Medio Neolitico-Calcolitico, etc..-- ma a causa della relazione tra la roccia in cui ti trovi e il senso del tatto umano. La superficie del granito è stata fatta deliberatamente liscia. Non é stato lasciato nulla di ruvido o frastagliato. Gli strumenti utilizzati erano probabilmente di ossidiana. Lo spazio è corporeo in quanto sembra emettere impulsi come da un organo (un po‘ come dall´interno di una tasca di un canguro!). Questa sensazione è aumentata dalle tracce morbide di pigmenti di ocra gialla e rossa che originariamente ricoprivano le pareti. Le irregolarità della forma della camera devono essere state determinate da variazioni nella formazione della roccia. (...) In una lettera dal carcere del 1931, Gramsci scrisse una storia per i suoi due figli (non conobbe mai il più giovane a causa della sua prigionia). Un piccolo ragazzo si addormenta con un bicchiere di latte sul pavimento, al fianco del suo letto. Un topo arriva e beve il latte, il ragazzo si sveglia e trovando il bicchiere vuoto, grida. Così il topo va dalla capra per chiedere un po‘ di latte. La capra non ha latte, perché ha bisogno di erba. Il topo va al campo e il campo non ha erba perché è troppo secco. Il topo va dal pozzo, e il pozzo non ha acqua perché ha bisogno di essere riparato. Quindi il topo va dal muratore che non ha le pietre giuste. Poi il topo va in montagna, ma la montagna non vuole sentir nulla perché ha perso i suoi alberi e assomiglia ad uno scheletro. (Nel corso del secolo scorso la Sardegna è stata deforestata drasticamente per fornire traversine alle ferrovie italiane.) In cambio delle pietre, il topo dice alla montagna, “il ragazzo, quando crescerá, pianterà castagne e pini sulle vostre pendici”. Cosi il monte si impegna a donare le pietre. Il ragazzo ha cosi tanto latte, tanto che ci si lava! Più tardi, quando diventa uomo, pianta gli alberi, l’erosione si ferma e la terra diventa di nuovo fertile.

Post scriptum: Nella città di Ghilarza vicino alla scuola che ha frequentato Gramsci c’è un piccolo Museo Gramsci. Fotografie. Copie di libri. Poche lettere. In una vetrina si trovano due pietre scolpite della dimensione e forma di due pompelmi. Ogni giorno Antonio, da ragazzo, fece esercizi di sollevamento con queste pietre per rafforzare le spalle e correggere la malformazione della schiena. ...

 

 

Note: (1) Tradotto dall´ inglese da Giovanni Casu dal testo: How To Live With Stones. An Open Letter to Subcommandante Marcos in the Mountains of Southeast Mexico. http://articles.latimes.com/1998/jan/04/books/ bk-4703. (2) “Pockets of resistance” é un concetto che ricorre spesso negli scritti di Marcos ad indicare le sacche di resistenza a quella che definisce la Quarta guerra Mondiale ( la Terza é relativa alla Guerra Fredda). Approfondisci con John Berger. Di Andy Merrifield. Reaktion Book, 2012. (3) La poesia di Sebastiano Satta a cui si riferisce Berger recita: “«Se l’aurora arderà su’ tuoi graniti Tu lo dovrai, Sardegna, ai nuovi figli. A questo: a quanti cuori Vegliano nella tua ombra, aspettando! O fratello, e tu primo alla vittoria, Da’ il grido dai vermigli Pianori: Agita il palio… O rosso cavallo, O cavallo di gloria, hutalabì!».” (CANTI. Sebastiano Satta. Ilisso, 2003.) John Berger traduce a suo modo la poesia di Satta dall´ italiano e inventa una nuova poesia, cosi come ri-inventa in questo testo la Sardegna e il concetto gramsciano di pazienza per Marcos. Possiamo solo ipotizzare che lo faccia per dare piú forza alla sua lettera, che ha come scopo amicale di persuadere Marcos ad avere un attitudine rivoluzionaria paziente. Gramsciana appunto.